L’arte di gettare ponti dove c’erano crepacci. «Qualità umane uniche»
di Gianni Cardinale
Quando il 23 settembre 2015 Barack Obama ricevette papa Francesco alla Casa Bianca disse che il grande successo della visita americana del Pontefice era dovuto al suo «ruolo» ma anche alle sue «uniche qualità come persona». «Nella sua umiltà, nel suo abbraccio di semplicità, nella gentilezza delle sue parole, nella generosità del suo spirito – continuò tra gli applausi l’allora presidente Usa – noi vediamo un esempio vivente degli insegnamenti di Gesù, un leader la cui autorità morale non emerge solo dalle parole ma anche dai gesti». Il mix tra carisma petrino e qualità umane «uniche», come ben colto da Obama, sono alla base della grande capacità di papa Francesco di aprire porte che sembravano sbarrate, di dialogare con interlocutori difficili e a volte improbabili, di gettare ponti ritenuti impensabili. Di dialogare, insomma. In campo ecumenico, con le altre Chiese e comunità cristiane. In ambito interreligioso, con le altre fedi. Nel terreno geopolitico, rispetto alle potenze dell’orbe. Ecco quindi l’incontro a Cuba con il patriarca Kirill, il primo della storia tra un vescovo di Roma e il leader spirituale dell’ortodossia russa (ma anche la visita a Lund in Svezia per i 500 anni della Riforma protestante e la prossima tappa a Ginevra per i 70 anni del Consiglio ecumenico delle Chiese). Ecco quindi il recupero di un rapporto cordiale con il grande imam dell’Università cairota di al-Azhar, la massima autorità sunnita (allo stesso tempo però il Pontefice non teme di usare il termine «persecuzione», solitamente poco amato dalla diplomazia vaticana, per indicare la situazione dei cristiani in terre anche islamiche; e non ha avuto remore a parlare di «genocidio» armeno, nonostante le rimostranze turche, poi rientrate). Senza dimenticare i cordiali rapporti con il mondo ebraico, suggellato con la visita alla sinagoga di Roma e con una miriade di udienze concesse alle tante e sfaccettate rappresentanze israelitiche. Ecco quindi il ruolo decisivo nella storica svolta nei rapporti tra Stati Uniti e Cuba (senza contare il lunghissimo elenco di capi di Stato e di governo che continuano a chiedere, e a fare visita, al vescovo di Roma). Con la Santa Sede che ormai ha rapporti diplomatici con ben 183 Stati (gli ultimi, papa Francesco “regnante”, l’islamica Mauritania e il Myanmar a maggioranza buddista). Non tutte le iniziative lanciate dal Pontefice hanno avuto le conseguenze sperate, si dirà. L’ulivo piantato in Vaticano da Shimon Peres e Abu Mazen con una vera pacificazione ancora lontana in Terra Santa stanno lì a ricordarlo. Ma al Papa, è noto, interessa soprattutto iniziare processi, accompagnandoli con la preghiera. Processi come quello dal grande significato ecclesiale, e di notevole spessore geopolitico, che si sta attuando, non senza difficoltà, con la Cina di Xi Jinping. Con il sogno che al primo Papa gesuita possa essere concesso di pregare davanti alla tomba del confratello Matteo Ricci.