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Famiglie di profughi isolate nei boschi. «Non abbiamo più cibo, moriremo»


Nello Scavo, inviato a Bikiške (frontiera Lituania-Bielorussia) mercoledì 13 ottobre 2021


Nella terra di nessuno sul confine con la Polonia decine di persone sono ancora disperse. Respinte dai gendarmi polacchi, intrappolate dai militari bielorussi. Già 5 i morti a causa di freddo e fame.


Come ogni autunno nella foresta di Bialowieza le autorità bielorusse preparano il capanno di “Dzied Maroz”, il “Nonno Gelo” che preannuncia l’inverno e le gite dei bambini in cerca del “Babbo Natale” slavo. A poca distanza altre famiglie contano già cinque morti per freddo e fame. Tutti profughi.


Nella terra di nessuno sul confine con la Polonia decine di persone sono ancora disperse. Respinte dai gendarmi polacchi, intrappolate dai militari bielorussi. Le stime sui decessi sono da considerare al ribasso, suggeriscono i volontari di Ocalenie, una fondazione umanitaria polacca. Citano un episodio che ancora li angoscia. La telefonata di una famiglia respinta nel bosco: «Dicevano che il figlio di 16 anni vomitava sangue». I soccorsi non sono stati permessi. Al mattino dopo si è appreso che il ragazzo era morto. Di molti altri non si sa nulla. Nella boscaglia anche le batterie dei telefoni sono oramai esauste. Nella radura si fa a turno per accendere il cellulare e fare arrivare il messaggio oltre la nuova cortina, issata per rispondere alla rappresaglia del dittatore Lukashenko che anche attraverso voli diretti dall’Iraq continua ad attirare profughi da spingere verso quell’Unione europea che ha imposto sanzioni al regime.
 


Da oltre una settimana, intere famiglie vivono senza un riparo. Raggiungerle è impossibile. Dal lato polacco viene impedito alle organizzazioni umanitarie di avvicinarsi anche solo per lasciare acqua e cibo oltre la barriera metallica issata per ostacolare i migranti. C’è chi riesce a procurarsi mele e chi castagne. Non vi è altro. «Abbiamo finito anche l’acqua», dice un capofamiglia in un filmato che è riuscito a recapitare a un conoscente. Si sentono i bambini piangere, nella notte illuminata solo da un fuoco acceso sotto agli alberi. «Non abbiamo latte per i nostri figli, siamo senza scarpe e se nessuno viene a salvarci moriremo». Sperare nella pioggia è da disperati. Perché la foresta si trasforma presto in palude. Ma senza acqua le possibilità di sopravvivenza si riducono a niente.


Con un po’ di fortuna e fingendosi smarriti nel bosco, dal villaggio di Bikiške si entra in Bielorussia superando un fossato poco più largo di una roggia. La barriera metallica c’è, ma è bassa e viene regolarmente scavalcata. Chi passa da lì lascia coperte sopra il filo spinato, per facilitare il passaggio di chi casomai arriverà dopo. Poco lontano altri profughi sono nascosti ma aspettano la notte per poter tentare la fortuna.


In Lituania le preoccupazioni per i più fragili hanno raggiunto gli uffici del Garante dei diritti dei bambini. La scorsa settimana un bambino di 10 anni ospitato nel centro per rifugiati a Rukla è morto. Il bambino aveva subito un trauma cranico da cui non si era mai ripreso. È ufficialmente il primo richiedente asilo a morire in Lituania.

«Ci sono bambini con condizioni gravi, come problemi di sviluppo, paralisi cerebrale, autismo o epilessia», ha detto Edita Žiobiene, il difensore civico lituano per i diritti dei bambini. I richiedenti asilo non beneficiano di una assicurazione sanitaria, e questo complica il loro accesso ai servizi per la salute. Tuttavia secondo Žiobiene, il Paese sta facendo di tutto per fornire l’assistenza medica necessaria a ogni persona. Degli oltre 4mila migranti e profughi giunti da questa estate, oltre un terzo sono minori. «Lo Stato – ricorda Žiobiene – è responsabile per tutti i bambini nella sua giurisdizione e deve proteggere i loro diritti indicati nella Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia». Parole che nel governo di Vilnius hanno suscitato qualche irritazione. Se per un verso l’ufficio del garante ha accolto con favore il lancio di classi speciali per 201 figli di migranti irregolari ospitati in tre centri per stranieri, dall’altro resta per le famiglie il sostanziale stato di detenzione: «Lo Stato – insiste la funzionaria – deve anche garantire il diritto dei bambini a giocare e muoversi liberamente».

Tra le maggiori preoccupazioni vi è quella per gli alloggi. Vilnius ha pensato di trasferire le famiglie dentro a container in campi recintati. «Sono preoccupata per le unità abitative modulari. Non c’è spazio per i bambini per giocare e fare sport», ha detto Žiobiene ai ministri: «I bambini che vivono dietro le sbarre corrono un rischio maggiore di sviluppare problemi di disagio e rabbia e in seguito di unirsi a organizzazioni terroristiche o simili». La Lituania, va riconosciuto, non aveva mai affrontato una tale quantità di migranti in poco tempo. Per un Paese di 2,7 milioni di abitanti, quasi 5mila nuovi arrivi che si aggiungono agli altri 27mila stranieri arrivati negli anni scorsi è una sfida nuova. Le autorità hanno deciso nelle ultime ore di trasferire alcuni detetenuti dal penitenziario di Kybartai a un altro carcere, in modo da liberare la prigione e trasformarla in centro di accoglienza. Ci arriveranno circa 700 persone attualmente rinchiuse nella tendopoli militare di Rudninkai. Il principio resta quello della reclusione, ma in mancanza di alternative perfino la Caritas riconosce che con l’inverno in arrivo e le pesanti nevicate, una cella da tenere aperta e adattata per due persone è sempre meglio di una tenda per trenta. Date le circostanze, «la prigione di Kybartai è abbastanza ben attrezzata», dice Arunas Kucikas, presidente di Caritas Lituania. «Ci sarà più privacy perché meno persone condivideranno la stessa stanza, c’è il riscaldamento, avranno spazio per muoversi, fare esercizio e mangiare pasti caldi». Lo dice senza ironia, perché sa che al momento non ci sono alternative. Nella terra di nessuno, ai confini estremi dell’Europa, il Vecchio Continente presenta il conto: per scampare a "nonno gelo" ai profughi non resta che sperare che si aprano le porte di un carcere.






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