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LIBRI

Donne

African Court issues its first judgment on women’s rights

di Alice Banens

 


On 11 May 2018, the African Court on Human and Peoples’ Rights issued a landmark judgment in the case APDF and IHRDA versus the Republic of Mali. For the first time in its history, the Court found a violation of the Protocol on the Rights of Women in Africa. The Court held that Malian Family Code violates women’s rights as recognized under international law, and condemned the State of Mali to modify its legislation.


Two civil society organisations had lodged a complaint before the African Court in September 2016 alleging that the Malian Family code adopted in 2011 is not compatible with the State’s obligations under international law. The Court therefore proceeded to examine if the code was in conformity with human rights instruments Mali had ratified, and found that several provisions of this code are not.


The Malian Family Code permits marriage for girls from the age of 16-years. In specific circumstances, the minimum age for marriage for girls may be lowered to 15-years. Consent is not always a requirement for a marriage to be valid. The African Court found that the relevant provisions of the Family Code are blatant violations of the Protocol on the Rights of Women in Africa (Maputo Protocol) under which the minimum age for marriage is 18 years for both women and men. The Maputo Protocol also provides that free and full consent in marriage must be protected by law. In matters of inheritance, Islamic law and customary practice is the applicable regime by default in Mali. This means that women only receive half of what men receive and children born out of wedlock receive inheritance only when their parents so decide. In relation to this issue, the African Court emphasized that women and natural children should be entitled to inheritance by law, and as such, the Family Code should not allow the application of rules contrary to this principle. The Court held that the relevant provisions of the Malian Family Code are discriminatory and perpetuate practices or traditions harmful towards women and children, in violation of the Maputo Protocol, the African Charter on the Rights and Welfare of the Child and the UN Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination against Women.


 



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Intervento di Blessing Okoedion alla Camera dei Deputati
28 novembre 2017



Sono nigeriana, laureata in informatica.
Sono arrivata in Italia quattro anni fa con un visto di due anni per lavoro. Ma era tutto un inganno. Il negozio di computer per cui avrei dovuto lavorare non esisteva. Quando ho chiesto quanto mi avrebbero pagato, mi hanno risposto che ero io che avrei dovuto dare loro 65 mila euro: 65 mila euro! In quel momento ho capito di essere finita nelle mani dei trafficanti.
Mi è caduto il mondo addosso. Com’era potuto capitare proprio a me?
La madam mi ha messa in strada la sera stessa in cui sono arrivata in Italia. Non sapevo neppure dove mi trovassi, non parlavo una parola di italiano, mi avevano tolto tutto: documenti, cellulare...
Vedevo le altre ragazze, lì, sulla strada, e mi chiedevo come facessero. Tutte mi dicevano, con voce rassegnata: «Ci si abitua…». 
Ma come ci si può abituare a una vita di schiavitù? Per i trafficanti, per la tua madam sei una merce con cui fare soldi. Per i clienti sei un prodotto da usare e buttare via.
Lì, in strada, non sei più una persona. Non sei nessuno. Sei solo una schiava, senza libertà e dignità.
Mi sentivo già morta. 
Non so come ho trovato il coraggio di andare alla polizia. Ma l’ho fatto…e ho denunciato i miei sfruttatori. La polizia mi ha poi portata a Casa Rut, a Caserta, una casa di accoglienza gestita dalle suore orsoline. Qui ho imparato, un po’ alla volta, a ritrovare fiducia in me stessa e negli altri. Piano piano sentivo che mi stavo rinnovando come persona, come donna e anche come cristiana. A Casa Rut mi hanno trasmesso di nuovo il senso di una vita vera e bella. Dentro di me dicevo: “È una vita nuova”
Tutto questo mi ha dato la forza di parlare. Di raccontare la mia storia attraverso un libro, “Il coraggio della libertà”, e di partecipare a incontri pubblici e a programmi televisivi. Ma anche la forza di fare il lavoro di mediatrice culturale, incontrando così altre donne vittime di tratta.
Purtroppo in questi ultimi anni il numero di ragazze nigeriane sbarcate in Italia, sempre più piccole, di 14/15 anni e spesso analfabete, è in grande aumento. Arrivano attraverso il deserto e il Mediterraneo. Molte di loro muoiono durante il viaggio, quasi tutte vengono stuprate e torturate in Libia per poi finire come schiave per il mercato del sesso a pagamento, in Italia o in altri Paesi europei. 
Io pensavo all’Europa come a un grande e moderno continente, sviluppato e democratico, dove venivano garantiti diritti, libertà e dignità per tutti. 

Ecco io so che vengo da un Paese con tanti problemi ed enormi ingiustizie. Ma forse anche qui in Italia ci sarebbe bisogno di un grande lavoro di sensibilizzazione. 
Come è possibile che ancora oggi milioni di uomini continuino a comprare il corpo di una donna come se fosse una merce qualsiasi? Come è possibile non capire che in questo modo si fa il gioco sporco dei trafficanti e si diventa complici di questo infame «crimine contro l’umanità» come l’ha definito Papa Francesco?
Per questo ho deciso non solo di parlare ma anche di metterci la faccia. Per questo, insieme a tante altre persone, a Casa Rut e alle donne della Cooperativa Sociale newHope continuiamo a inventare gesti per ribadire che la vita di tutti e di ciascuno è sacra. Come ad esempio questo pacco dal nome intrigante: “Traffichiamo speranza” - che contiene manufatti sartoriali realizzati da giovani donne un tempo ridotte a merce di scarto e oggi protagoniste del loro futuro – un pacco che vuole essere un messaggio forte di impegno e solidarietà per invitare tutti a “Trafficare speranza” e dire insieme Slaves no more – mai più schiave.