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LIBRI

Un film per fermare la tratta delle donne nigeriane
24 aprile 2018

di Marta Serafini



Basta fare un giro sui moli del porto di Catania per rendersi conto del significato della parola human trafficking. Stephanie Linus, attrice e regista nigeriana, le storie delle migliaia di connazionali che partono con l’illusione di una vita migliore e poi si ritrovano ridotte in schiavitù le conosce bene. «Molte di loro sono reclutate da persone vicine alle loro famiglie, per garantire la loro obbedienza una volta in Europa. Vengono ricattate, abusate, manipolate», racconta al telefono a poche ore dal suo arrivo a Catania. Stephanie sa quanto la vita in Nigeria per le donne sia dura. «Io ho avuto la fortuna di studiare e di formarmi (Linus è laureata in letteratura inglese, ndr) nel mio Paese. Ma chi non ha gli strumenti può essere facilmente ingannato con false promesse. Tanto più che molte ragazze scelgono di partire anche per sfuggire ai matrimoni precoci».

Dopo una carriera da attrice (Linus è stata Miss Nigeria ed è uno dei volti più conosciuti di Nollywood, l’industria del cinema nigeriano) ora Stephanie, da regista, ha deciso di fare qualcosa per renderle più consapevoli. «Voglio girare un film dedicato alla tratta delle donne nigeriane. So bene che non cambierà le cose ma magari qualche ragazza vedendola scoprirà cosa la aspetta se decide di partire e cambierà idea», spiega. Dalle testimonianze delle donne si capisce anche quanto i trafficanti facciano leva sull’ignoranza, sulla religione e sulla manipolazione per ridurre in schiavitù un esercito di donne da riversare sulle strade italiane. L'obiettivo diventa dunque quello di aumentare la loro consapevolezza. «A volte fanno voto di mantenere il segreto. Spesso le donne e le ragazze sono reclutate da persone vicine alle loro famiglie, per garantire la loro obbedienza una volta in Europa. Alcune sono sottoposte a riti Vodoo, o JuJu, dove vengono sottomesse alla volontà del trafficante. Spesso alle ragazze minorenni viene detto di dichiarare un’età maggiore, per non essere inviate in Italia nei centri speciali per minori. Le famiglie d’origine vengono la maggior parte delle volte minacciate».