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LIBRI

Prostituzione: “Dobbiamo scandalizzarli”. Quel modello svedese che colpisce chi compra il sesso (Articolo di 'Repubblica')
16 marzo 2018

di Chiara Nardinocchi


Da Stoccolma all’Italia dove non esiste una normativa che tuteli le donne. Dopo la Legge Merlin non ci sono stati ulteriori passi avanti verso una normativa strutturata e organica contro la violenza di genere

“Nel 1892 Victor Hugo scrisse nei Miserabili che la schiavitù sarebbe scomparsa grazie alla civilizzazione. Ma non è così. Alcune donne sono ancora schiave e questa schiavitù si chiama prostituzione”. Così la Cancelliera della Giustizia di Svezia Anna Skarhed ha concluso il suo discorso durante l’incontro organizzato dall’ambasciata di Svezia a Roma incentrato sulla comparazione con l’Italia in merito alle leggi vigenti sulla prostituzione (guarda la registrazione del convegno del 14 marzo scorso).

Un’Europa divisa. Quello svedese è infatti un modello di riferimento nel panorama europeo diviso tra quegli stati come Germania e Paesi Bassi che hanno ‘legalizzato’ la prostituzione dove le sex workers pagano le tasse ed esercitano in case controllate dallo stato, o quelli come l’Italia che non perseguono né le prostitute né i clienti ma lo sfruttamento della professione da parte di terzi.

Il modello nordico. E poi c’è la Svezia che con una legge del 1999 ha deciso di punire esclusivamente i ‘buyers’, coloro che appunto comprano la prestazione sessuale. “Nel 2009 – continua Skarhed che è stata una delle più grandi sostenitrici della norma anti-prostituzione - a dieci anni dalla sua approvazione abbiamo rilevato che il mercato del sesso era diminuito del 15%, mentre in Danimarca e Norvegia, nello stesso periodo era cresciuto e stimato essere tre volte quello svedese”.


La rivoluzione. Se in Italia c’è ancora chi chiede la riapertura delle case chiuse, in Svezia si è realizzata una rivoluzione culturale che ha portato in pochi anni ad un cambiamento radicale andando a colpire chi sfrutta il corpo delle sex workers. Uno dei presupposti ribaditi da Skarhed è che “la prostituzione volontaria è un mito, in quanto una forma di schiavitù e di violenza, non può essere considerata un mestiere”.

Da Sud. Anche in Italia c’è chi guarda a nord per promuovere una legge che colpisca i buyers e non le donne coinvolte. “Da noi il cliente non è punito e questo mette la prostituzione ancora al suo servizio – afferma Paola Di Nicola giudice del Tribunale di Roma ed esperta in materia di diritto di genere -  Inoltre la sua eliminazione non è culturalmente accettata. La rivoluzione della legge Merlin è che si basava sulla salvaguardia delle donne. Secondo l’Istat, un terzo delle donne in Italia ha subito violenza. Bisogna partire da questo dato per far sì che la battaglia contro la prostituzione sia efficace".

Un paese senza numeri. A testimonianza di quanto la tematica della mercificazione del sesso - strettamente legata alla tratta di essere umani come nel caso delle donne nigeriane costrette a vendere il proprio corpo sulle strade italiane - sia trattata come un argomento secondario, basti pensare che in Italia non esistono dati istituzionali che diano una stima del fenomeno. Gli unici a fornire dei numeri parziali sono le ong che si battono per dare sostegno alle vittime della tratta e i centri antiviolenza. “Nonostante i femminicidi – continua la magistrata Di Nicola -  uno ogni due giorni, nonostante le leggi, il tema continua ad essere visto come un problema solo culturale e non criminale. La violenza contro le donne è un dato accettato come una componente quasi naturale dei rapporti. E allo stesso modo è affrontato il tema della prostituzione.”