Jesus, settembre 2015

PROFUGHI. PROVE TECNICHE DI INTEGRAZIONE

A Esino e Barzio, due paesini del Lecchese, si sta giocando un esperimento di accoglienza

di rifugiati a opera del Centro orientamento educativo (Coe). Fra migranti che aspettano, spesso disillusi, il riconoscimento dello status di rifugiato e gente del luogo che “mugugna”

di Anna Pozzi

 

We welcome wikipedians! Sui cancelli di alcune abitazioni di Esino - minuscolo paesino della Valsassina, arroccato sulle pendici della Grigna e affacciato su uno dei più bei panorami del lago di Lecco - già si vedono cartelli che danno il benvenuto al popolo di Wikipedia. Il prossimo anno, infatti, questa località di appena 761 abitanti accoglierà il raduno mondiale della famosa “enciclopedia” online , avendo battuto altri illustri e apparentemente più quotati candidati come St. Louis, Atlantyc City e Manila. Questo perché Esino ha messo in campo come carta vincente: il fattore ospitalità. I wikipedians, infatti, saranno accolti dalle famiglie locali, che per essere pronte all’evento si sono messe volonterosamente anche a fare corsi di inglese.

Esino, dunque, capitale dell’accoglienza? Sì, però… C’è un però, infatti, e riguarda tutta un’altra ospitalità, quella dei profughi sbarcati sulle coste meridionali dell’Italia e trasferiti qui in attesa che venga loro riconosciuto (o più spesso negato) lo status di rifugiato.

Ce ne sono già 41, nell’ex albergo “La Montanina” del Centro Orientamento Educativo (Coe), un’organizzazione nata in Valsassina più di cinquant’anni fa e che col tempo si è aperta alla cooperazione internazionale. Il Prefetto ne vorrebbe mandare altri 60 in un’altra struttura. Sindaco e abitanti protestano.

«Da oltre un anno - spiega Carla Airoldi, responsabile del progetto di accoglienza del Coe - stiamo cercando di portare avanti, sia a Esino che nella vicina Barzio (dove ne sono ospitati altri 16, ndr), un cammino di integrazione di questi migranti, che oggettivamente non è facile, anche perché c’è sempre il rischio di cadere nelle insidie della propaganda e della strumentalizzazione, che non aiutano a creare un clima di convivenza pacifica e costruttiva».

Si sta giocando sul filo di un equilibrio molto fragile questo esercizio di accoglienza. Che tra luci e ombre sta andando avanti grazie soprattutto al lavoro di “mediazione” del Coe. E questo, forse, è uno dei fattori che rendono particolarmente interessante ed emblematica questa esperienza.

“Stare in mezzo”, del resto, è la vocazione che sta al cuore del “progetto-Coe” sin dagli inizi, da quando, cioè, su ispirazione di don Francesco Pedretti - prete-visionario, con intuizioni molto avanti rispetto ai suoi tempi - nasceva a Barzio, alla fine degli anni Cinquanta, una comunità di persone unite da una forte ispirazione cristiana e dedite soprattutto a progetti in campo educativo. La loro casa diventa un punto di appoggio per coloro che dovevano recarsi a Lecco o a Milano, in un’epoca in cui, per mancanza di strade e trasporti, erano ancora difficilmente raggiungibili.

Poi, un po’ alla volta, con il miglioramento delle infrastrutture locali, il Coe e Barzio sono diventati gradualmente una porta verso il mondo. Negli anni Settanta, infatti, l’associazione viene riconosciuta anche come Organismo di cooperazione con i Paesi in via di sviluppo, attraverso progetti di volontariato internazionale, anche in questo caso con una particolare attenzione all’educazione e alla formazione culturale delle persone, oltre che alla promozione del cinema e dell'arte, senza trascurare la collaborazione sul piano sanitario, agricolo, commerciale e dell'habitat. Avvia progetti in Camerun e Repubblica Democratica del Congo e poi in molti altri Paesi africani, asiatici e latinoamericani.

Il Coe si apre al mondo e porta il mondo in Valsassina. Questo, anche grazie alla trasformazione della casa di Barzio in un centro di vita comunitaria interculturale. Da questo luogo passano giovani stranieri di diverse provenienze e con diverse finalità. Innanzitutto, quella di condividere l’esperienza di vita comunitaria, mettendosi a disposizione anche per  programmi di educazione alla mondialità nelle scuole. Ma a Barzio arrivano anche giovani per  motivi di studio e di salute, artisti e professionisti, attori e film maker... 

Dallo scorso anno, questa casa è animata da una nuova forma di presenza, anch’essa carica di sfide e potenzialità: quella appunto di 16 richiedenti asilo che, attualmente, sono affiancati da sette preti africani, uno camerunese che sta facendo la tesi, e sei di Nigeria, R.D. Congo e India che sono lì per imparare l’italiano in vista di cominciare l’Università.

Insieme, sperimentano la fatica quotidiana di un'accoglienza che si trascina da oltre un anno, al di là del clamore della cronaca spicciola che enfatizza i casi-limite e ignora le realtà ben più diffuse di migliaia di migranti distribuiti in varie parti d’Italia, in balìa di procedure complesse e lungaggini burocratiche, che tengono le loro vite in sospeso. E creano disagio e tensione. A tutti.

Mamotou, Moussa, Bright, Ifeany, Francis…  sono lo spaccato di un mondo alla deriva. A Barzio, sono tutti africani. Provengono da Nigeria, Ghana, Mali,  Senegal. A Esino, ci sono anche afghani, pakistani, bangladesi e sono passati siriani, palestinesi, eritrei ed etiopi. Sono costretti  a convivere tra di loro e con gli abitanti del posto, nell’attesa lunghissima di uno status di rifugiato che probabilmente non avranno mai.

Raccontano storie simili: di guerre, povertà, violenze, persecuzioni… Un ragazzo nigeriano dice che la madre e la sorella sono state uccise per problemi legati al possesso delle terra. E il padre si è suicidato. Lui, per paura e per mancanza di opportunità, ha deciso di andarsene senza nemmeno immaginare che sarebbe finito in Italia. Sognava l’Europa o comunque un posto migliore. Un giovane senegalese racconta che lavorava in Libia da sei mesi e l’hanno costretto a imbarcarsi, come anche un altro ragazzo nigeriano: un anno e mezzo di Libia, poi con la forza è stato caricato su un barcone, dopo che gli avevano rubato tutto. Un bangladese dice che gli è appena morta la mamma e lui da lì non può far niente, solo pregare. Per giorni è rimasto chiuso in camera.

C’è rassegnazione, ma a volte anche rabbia; c’è delusione e insofferenza, e di tanto in tanto anche un po’ di aggressività. Ma soprattutto c’è molta pazienza. Da parte di tutti.

Carla è reduce dall’ennesimo viaggio in Questura a Lecco, per dei permessi di soggiorno che vanno rinnovati ogni tre mesi e per le varie notifiche. Spesso, però, occorre spingersi sino a Milano, un’ottantina di chilometri ultra-trafficati, per gli appuntamenti con la Commissione territoriale, che esamina le domande di asilo e, se questo viene negato, con l'aiuto dell'associazione Les Cultures di Lecco viene presentato il ricorso. Al momento quasi tutti hanno avuto il diniego e avviato il ricorso. Ad alcuni il Tribunale ha riconosciuto la protezione sussidiaria di 5 anni.

La maggior parte è arrivata a marzo 2014. Altri tra  luglio e settembre. E ancora non hanno una prospettiva certa. Nel bene o nel male.

«Non è facile - conferma Carla - gestire una situazione di accoglienza quando si trascina per un tempo così lungo. I migranti si sentono frustrati e disillusi. E anche se cerchiamo di coinvolgerli in attività di studio e lavoro, passano molto tempo senza fare niente. Il che suscita la diffidenza, nella migliore delle ipotesi, anche della gente del posto, che si lascia influenzare dalla propaganda di chi dice che sono qui a non fare nulla a spese dei contribuenti italiani».

A Barzio, la situazione è più “gestibile”. Un po’ perché gli immigrati sono di meno e gli abitanti di più (1.100 circa), ma anche perché, con oltre cinquant’anni di presenza, il Coe ha portato nel piccolo paese valsassinese moltissime persone provenienti da altri Paesi.

Lo conferma anche il parroco, don Lucio Galbiati. «Qui in paese la gente è abituata a vedere volti “stranieri”. La presenza del Coe ha sempre significato anche una passaggio di persone provenienti da altri mondi. Poi, c’è sempre qualcuno che “mugugna”, ci sono pregiudizi, ma in generale non vedo ostilità. Noi cerchiamo, come parrocchia, di coinvolgerli in qualche attività o nei momenti di svago, come il Valsassina Country Festival dello scorso luglio. Se vengono in oratorio o vogliono dare una mano per le pulizie o piccole manutenzioni sono i benvenuti. Alcuni sono più disponibili, altri meno. Ma è normale che sia così. La loro presenza potrebbe essere anche per noi una sfida a ripensare la nostra fede e a confrontarci con la fede dell’altro. Ci sono molti musulmani. I mass media e le forze politiche tendono a strumentalizzare questa cosa. E questo certo non aiuta nell’accoglienza».

A Barzio, anche il Comune ha coinvolto alcuni di questi migranti in lavori socialmente utili, mentre a Esino la situazione è più difficile e complessa. Innanzitutto, perché il Paese è più piccolo e i migranti molti di più. Dopo un anno di commissariamento, alla vigilia delle elezioni dello scorso mese di maggio, persino Matteo Salvini si è spinto sin quassù, tanto per non esacerbare ulteriormente gli animi. E così questi migranti si sono ritrovati protagonisti senza volerlo di velenose diatribe politiche.  Che non hanno certo contribuito a creare un clima più sereno di convivenza. La Lega ha perso comunque, ma anche i nuovi amministratori, che non sono necessariamente ostili a questa presenza, mettono comunque dei paletti e dicono basta a nuovi arrivi.

«A Esino - spiega Carla Airoldi - una parte della popolazione ha protestato. Con il Comune abbiamo fatto una convenzione, affinché alcuni di loro possano svolgere lavori socialmente utili, come la pulizia di strade e boschi o la raccolta della legna. Altri, li facciamo lavorare nel nostro centro, come giardinieri o cuochi. E poi cerchiamo di coinvolgerli in altre attività, soprattutto corsi di italiano, anche se alcuni di loro non sanno né leggere né scrivere e dunque occorre cominciare proprio dall’alfabetizzazione. Non è facile. Per fortuna, possiamo avvalerci della collaborazione di diversi volontari. Il lavoro di mediazione linguistica e culturale è importantissimo anche per far capire a questi giovani il contesto in cui si ritrovano e di cui spesso ignorano tutto».

L'intervento

di Blessing Okoedion

alla Camera dei deputati

 

Tratta. Okoedion: «Ho superato il passato e trovato il coraggio per raccontare».

Leggi e vedi anche:

Sir, 12.06.2017

L'Osservatore Romano

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mons. Raffaele Nogaro

Vescovo emerito, Caserta

RITORNO. E RICOMINCIO

Su Italia Caritas, il reportage sul progetto di rimpatri assistiti di donne nigeriane vittime di tratta di SnM

 

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MIGRAZIONI E TRATTA

L'8 FEBBRAIO A MILANO

25 NOVEMBRE 2016

GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA

SULLE DONNE

 

Leggi qui la riflessione

di suor Eugenia Bonetti

presidente di Slaves no More

6-12 NOVEMBRE 2016

LE DIECI PROPOSTE ANTI-TRATTA DEI MAGISTRATI

Eco del summit che si è tenuto in Vaticano il 3 e 4 giugno

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Slaves no More aderisce all'appello contro la schiavitù dell'utero in affitto

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SUL TRAFFICO DI PERSONE

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Human trafficking:

The lives bought and sold

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di integrazione

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