• LOGIN
     

    Autenticazione

    • Utente
    • Password
     

"Come cristiani, non possiamo essere chiusi in noi stessi,
ma sempre aperti agli altri, per gli altri" (Papa Francesco)

Ultime Notizie

I Video di Slaves no More: testimonianze, eventi, la storia dell'Associazione




LIBRI

Spezzare le catene della schiavitù
04 maggio 2018

“Chi è il mio prossimo?”. La riflessione di suor Eugenia Bonetti, missionaria della Consolata e presidente di “Slaves no more”.


Di suor Eugenia Bonetti


 “Un dottore della legge, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è il mio prossimo?” Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto” (Lc 10, 29-37).


Alla domanda del dottore della legge Gesù non dà una risposta teologica ed esauriente, offre bensì una parabola complessa, ma altrettanto chiara e sfidante, che capovolge elementi culturali, eliminando pregiudizi, condannando atteggiamenti e stimolando interventi. L’unica attenzione e preoccupazione per Gesù risiede in ogni persona, in qualsiasi situazione si trovi, perché la “persona” è il prossimo da amare e da soccorrere nel bisogno. Oggi questa parabola, insieme alla risposta che Gesù da’ a chi gli chiede: “Chi è il mio prossimo?” possono essere ancora attuali?

Nell’udienza generale in Piazza San Pietro del 27 aprile 2016, Papa Francesco presentando la Parabola del buon Samaritano in connessione con l’Anno Santo della Misericordia così si esprimeva: “La compassione è una caratteristica essenziale della misericordia di Dio. Dio ha compassione di noi come il samaritano ha avuto compassione del malcapitato, mentre il dottore della legge ed il levita vedono ma passano oltre perché i loro cuori rimangono chiusi e freddi”.

Se si volesse attualizzare la parabola, oggi, nel nostro contesto, Gesù potrebbe rispondere così a chi gli pone questa domanda: “Una giovane donna si mise in viaggio dalla Nigeria verso l’Italia sperando in un futuro migliore per se e per la sua famiglia assai numerosa. Ad attenderla c’era l’estenuante viaggio nel deserto del Sahara, la sosta forzata in Libia, la traversata del Mediterraneo su imbarcazioni fatiscenti e strabordanti. Ella conobbe i trafficanti che la ingannarono, violentarono e derubarono della sua identità, dignità, legalità e libertà, lasciandola mezza morta”.

Analizzando personaggi, atteggiamenti ed interventi troviamo una chiara analogia tra ciò che Gesù proponeva ai suoi interlocutori con la parabola del buon Samaritano e ciò che avviene, oggi, in un nuovo contesto, sulle nostre coste nonché sulle strade delle nostre città e paesi. Cambiano i volti, i nomi, le circostanze, ma la realtà di violenza sulla persona debole e indifesa non cambia.


Purtroppo negli ultimi cinque anni gli sbarchi sulle nostre coste, particolarmente di giovani donne africane, specie nigeriane, è aumentato a dismisura, con una punta di 15.600 nigeriane tra il 2016 – 2017. La nuova tipologia di persone che sbarcano in Italia si può così riassumere: donne in maggioranza minorenni, analfabete e incinte. Ma che cosa si nasconde dietro questo traffico di giovani africane/nigeriane? Il primo punto risiede nell’incessante domanda di giovani vendute ed acquistate a fini sessuali. Cosa possibile viste la grande povertà materiale dell’Africa, la mancanza di educazione e di opportunità di lavoro. Purtroppo nel terzo millennio in una società dove si parla tanto di progresso, di tecnologia, di investimenti, di educazione, di benessere, dobbiamo costatare, con vergogna, che esiste ancora una terribile disuguaglianza tra uomo e donna, tra paesi ricchi e paesi poveri.