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LIBRI

Tutti fuggono dalle stesse bombe in Ucraina, ma per gli africani la fuga è molto più amara
22 marzo 2022

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes


Bridged ce l’ha fatta. E’ riuscita ad arrivare in Polonia dopo un viaggio interminabile, costellato da mille difficoltà e angherie di tutti generi. Ora la 24enne studentessa nigeriana è in un campo per profughi a Varsavia.


Spaventata dalle bombe su Kiev, la capitale dell’Ucraina, Bridged ha raccolto le sue poche cose ed è scappata immediatamente, anche se lasciare tutto non era proprio nei suoi programmi.


La giovane nigeriana avrebbe voluto terminare il suo corso di studi, mancava poco alla laurea in relazioni internazionali. Tutta la famiglia aveva investito nel suo futuro, le hanno dato i risparmi di una vita e il giovane marito ha persino chiesto un prestito in banca, impegnando un terreno dei genitori. Per mantenersi in Ucraina, Bridged faticava anche qualche ora al giorno come donna delle pulizie, sognando di poter ottenere un lavoro ben retribuito una volta laureata.


La giovane nigeriana è una dei molti studenti africani iscritti alle università del Paese ora in guerra. I più sono scappati con le proprie forze, senza l’aiuto o la protezione dei propri governi e come Bridged, hanno subito molte discriminazioni durante il lungo viaggio per raggiungere le frontiere dei Paesi limitrofi, anche se il governo ucraino e, in particolare quello polacco lo negano categoricamente. Sta di fatto che per i profughi africani, asiatici e mediorientali le code alle frontiere erano più che chilometriche, notti passate all’addiaccio, con poco o niente cibo e acqua.


Ora, malgrado sia al sicuro dalle bombe, Bridged è disperata, non riesce a dormire la notte. Sa che come cittadina extracomunitaria non potrà lavorare in Europa, sarà costretta a ritornare in Nigeria, senza laurea, piena di debiti e senza futuro.


Il 2 marzo la Commissione Europea ha attivato la prima direttiva sulla protezione temporanea per i rifugiati dello Stato in guerra. Iniziativa certamente lodevole, che prevede per i cittadini ucraini residenti in Ucraina (e ai loro figli e parenti stretti o coniugi e partner stabili) da prima del 24 febbraio 2022, un permesso di soggiorno valido un anno e rinnovabile di sei mesi in sei mesi fino a tre anni totali – con possibilità di andare a scuola, lavorare, ottenere assistenza economico-sociale e cure mediche.


Tutti i non ucraini non godono però degli stessi privilegi. Infatti, il provvedimento può essere esteso, secondo la discrezionalità dei singoli Stati, agli apolidi o stranieri residenti in Ucraina con permessi di soggiorno di lunga durata. Nulla è certo, invece, per coloro che godono di permessi a breve termine, come gli studenti. Non è detto che i vari Stati membri dell’UE siano disposti a concedere loro protezioni temporanee.


In Italia manca ancora il decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri (Dpcm) in tal senso per ora, lavoratori o studenti con permessi di breve durata, che fuggono dallo stesso inferno degli ucraini, non possono fare richiesta di residenza o di protezione temporanea nel nostro Paese.


E Bridged dove andrà ora? A casa sua, in Nigeria, dove dal 14 marzo manca l’energia elettrica in tutto il Paese, dove da settimane scarseggia anche il carburante. Il presidente Muhammadu Buhari, ex golpista del 1983, eletto democraticamente nel 2015, mandato poi riconfermato nel 2019, questa settimana si è scusato con la popolazione per il “disagio”, per la mancanza di gas che alimenta le centrali elettriche.


Per i produttori di gas è ovviamente più redditizio esportarlo piuttosto di immetterlo sul mercato interno.


Come nel resto del mondo, anche nel colosso africano il prezzo del carburante è salito alle stelle perché, pur essendo il maggior produttore di greggio del continente, non possiede raffinerie e è dunque costretto a importarlo.


Nel prossimo futuro Buhari, come molti suoi omologhi di altri Paesi africani, potrebbe doversi confrontare con problemi ancora più gravi come conseguenza alla guerra in Ucraina.


Un severo peggioramento nel settore agricolo e alimentare è dietro l’angolo.  In Nigeria potrebbe colpire in modo particolare milioni di persone che vivono sulle sponde del bacino del lago Ciad, area che da anni è soggetta a una grave crisi umanitaria dovuta ai continui attacchi dei terroristi di Boko Haram e ISWAP (Islamic State West Africa Province), una fazione che si è staccata dallo storico raggruppamento terrorista Boko Haram nel 2016.


Di sicurezza alimentare si è parlato proprio in questi giorni in occasione del “4th Annual Nigerian Food Processing Nutrition Leadership Forum” che si è svolto a Lagos, capitale economica della Nigeria. Alla conferenza, organizzata dalla Aliko Dangote Foundation, the Bill & Melinda Gates Foundation (BMGF) e TechnoServe e Strengthening African Processors of Fortified Foods (SAPFF), sono intervenuti anche diversi ministri e alti funzionari del gigante africano.


Il miliardario nigeriano, Aliko Dangote, ha detto che già dal prossimo giugno milioni di persone potrebbero subire le gravi conseguenze di una crisi alimentare e ha suggerito al governo di vietare l’esportazione di mais. Infatti, la Nigeria si posiziona al secondo posto nel continente per la produzione di questo prezioso cereale, ma è ovviamente più redditizio esportarlo in cambio di valuta straniera.


Nel biennio 2020-2021 il Paese ha importato il 98 per cento del fabbisogno di grano, i cui prezzi sono attualmente saliti alle stelle. Dunque proprio a causa della guerra in corso – l’Ucraina e la Russia sono tra i maggiori produttori di grano – si teme una forte espansione dell’insicurezza alimentare e con essa seri conflitti sociali in più parti del mondo.


Cornelia I. Toelgyes     
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
©RIPRODUZIONE RISERVATA