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Vite anonime: come Casa Rut salva le schiave della prostituzione
04 marzo 2018


Articolo di Melissa Aleida



La prostituzione sotto costrizione è schiavismo: un crimine disumano che depaupera l’anima e il corpo. Il circolo vizioso della prostituzione in Italia (quasi sempre minorile) involge maggiormente ragazze africane ed asiatiche, tradite ed ingannate sul futuro mestiere che le aspetta.




Casa Rut è una comunità, “una famiglia” come preferiscono definirsi, sita in Caserta e nata il 2 ottobre 1995 dal progetto di tre suore settentrionali. Ventidue anni fa codeste suore scesero al Sud e, immerse in una realtà completamente differente, cominciarono ad analizzarla, a capirne i meccanismi che alimentavano problemi spesso ritenuti normali e scontati nell’opinione comune. «La prostituzione è il mestiere più antico del mondo» si diceva tra la popolazione, e pochi approfondivano la brutale realtà di questa tratta degli esseri umani, pochi realizzavano che non si tratta di un mestiere, bensì di sfruttamento.

Ascoltando il territorio e filtrando la realtà casertana le suore si spinsero dove nessun altro avrebbe osato spingersi: «Vedere tante ragazzine sulla strada, circondate di immondizia, per noi era un pugno nello stomaco, in quanto donne, prima che suore» affermano.

Bisognava fare qualcosa per queste ragazze: ma cosa e soprattutto come? In occasione dell’8 marzo (giorno della commemorazione, altro che festa) le suore armate di primule (una pianta colorata e che richiede costanti cure) iniziarono la loro lotta regalandole alle “signorine della strada” con un biglietto recitante «Cara amica, questo è per te».

Paura da parte delle suore e stupore da parte delle prostitute. La paura che nasceva dalla consapevolezza del giro mafioso che gestisce questo traffico di esseri umani, un giro mafioso che non ammette intrusioni ma solo omertà. Le suore puntualmente il mercoledì si recavano dalle ragazze per portargli la Bibbia, il thè, un sorriso, una parola di conforto nella diffidenza generale dei passanti. Dalla paura, al timore, alla commozione, alla gioia, al pianto: le prostitute abbandonarono le perplessità ed iniziarono a fidarsi tanto da dire alle suore «Tornate!» oppure «Qui si muore!».


Dal loro «Help!» le Suore capirono che non bastavano visite sporadiche, e che necessitavano di aiuto costante: dai racconti emerse la violenza con cui le prostitute venivano trattate, picchiate dai loro sfruttatori e derubate dai loro stessi clienti.


Essere costrette a prostituirsi significa vivere in uno stato di violenza fisica e morale, significa spoliazione della propria identità (alle prostitute viene assegnato un altro nome, fittizio), significa essere altro, diventare altro, diventare una macchina per fare soldi, una merce senza sentimenti.


Molte non reggono queste regole, questa vita (se così si può definire) e tentano il suicidio, desiderano la morte, mettendo in atto veri e propri meccanismi di auto-eliminazione. Si sentono brutte, sporche, ma soprattutto in colpa, succubi di un indottrinamento surreale.