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Chi ha paura della vicinanza
24 agosto 2021

La Repubblica - 23 agosto 2021
 
di Enzo Bianchi

Con frequenza i sociologi ci forniscono dati sulla vita sociale cercando di cogliere le tendenze dominanti, soprattutto nei nostri paesi dell’Europa occidentale. Leggendo, ascoltando e confrontando questi rapporti si è sorpresi soprattutto da un rilevante aumento dell’indifferenza, dal diffondersi dell’atteggiamento di chi persegue il proprio interesse senza tener conto dell’orizzonte comune, degli altri, del prossimo. Non a caso nelle nostre società si manifestano in modo crescente le patologie della solitudine, della mancanza di relazioni e legami anche affettivi: società che appaiono stanche, dove si è incapaci di coltivare passioni e ideali, di sentire che non si può vivere senza gli altri, di provare la compassione quando il dolore dell’altro diventa il proprio dolore.
 
Luigi Zoja, ormai più di dieci anni fa, aveva intitolato un suo libro La morte del prossimo, e metteva in luce come nel mondo pre-tecnologico “la prossimità” fosse un fondamento del vivere sociale e come invece oggi, a causa della dominante del rapporto mediatico, si sia imposta e attestata la lontananza. Ma com’è possibile la fiducia, com’è possibile l’amore, indissociabili l’uno dall’altra, se non c’è vicinanza?
 
La vicinanza dell’altro, soprattutto alle sue ferite, è la condizione per tessere relazioni, accendere l’amore, conoscere soprattutto la compassione, questa emozione sociale che costituisce già un passo in direzione della giustizia.
 
Emozione viscerale, dolorosa, generata dalla presa di coscienza dell’altro che soffre, la compassione diventa sentimento della sfera affettiva che ci tocca fin nelle viscere, diventa un soffrire insieme e ci spinge ad agire per porre rimedio, per quanto è possibile, alla sofferenza. Anche Comte-Sponville scrive: “È vero che le sofferenze non si equivalgono, ma tutte meritano la compassione e quindi occorre rifiutare di considerare la sofferenza come un fatto casuale e  chi la patisce come se la meritasse”.
 
Ma per provare compassione bisogna veramente combattere la paura della vicinanza, osare rendere vicino e prossimo chi è lontano, chi è estraneo. È significativo che per Gesù di Nazareth il prossimo non è una categoria, non è chi è vicino a me, ma colui che io decido di rendere vicino! Farmi vicino e rendere l’altro vicino, fino al contatto fisico dell’occhio contro occhio, della mano nella mano, del volto contro volto.
         
La compassione è condivisione della sofferenza altrui e perciò virtù difficile, sentimento che richiede un consapevole assenso per prendere su di sé e alleggerire il fardello portato dagli altri: non è solo consolazione ma, come afferma Martha Nussbaum, è una prassi essenziale alla vita sociale.
 
La compassione si nutre dell’incontro nella parità, nell’eguaglianza, senza pretese da accampare sull’altro ma in una presenza donata a chiunque è nel bisogno, è malato, ha fame o soffre la guerra. Ignorare la sofferenza di una persona è già un atto di violenza e di violenza vigliacca. Come non ricordare  Gino Strada, un autentico maestro di compassione?  
 
E certamente va anche detto che la compassione, se è autentica e se è universale, è un accostarsi a tutte le creature viventi, non solo agli umani. Infatti, non solo tutte le creature hanno una voce, ma tutte sanno piangere: Sunt lacrimae rerum.